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Tennessee, USA

Nashville: 5+1 cose da fare in un giorno (o due).

Nashville

Tornare a Nashville è strano. E’ uno di quei posti in cui non pensavo sarei mai tornata. O meglio: era nella lista di quelle città dei ricordi, con una patina mitica, uno di quei posti da “mi piacerebbe tornarci”, ma in fondo sai che non ci passerai mai più da quelle parti. E poi torni.

Rivedi dove hai parcheggiato l’altra volta, le cose rimaste uguali, quelle diverse.

Sa di familiare e allo stesso tempo nuovissimo. Quindi, ecco le cose nuove fatte in città, che mi hanno fatto dire ancora “quanto vorrei tornarci a Nashville…”. Perché se tanti posti quando li rivedi perdono un po’ la loro patina mitica, questa città dal sapore country ha saputo riconquistarmi ancora.

Questo elenco è anche un “itinerario di un giorno e mezzo” se i punti li mettete tutti in fila: praticamente è un tour tipo quelli di Anthony Bourdain che resta in una città 48 ore (mangiando per 24, più o meno).

Eccoli!

  • Andare a vedere uno spettacolo alla Grand Ole Opry.

Costa, e tantissimo. Per un concerto qualsiasi paghi almeno 50$. Ma ti immergi nella storia della musica country, e ti rendi conto che per quel palco ci sono passati davvero tutti, e se il motto del posto è “lo show che ha reso famosa la musica country”, potete immaginare l’importanza.

Inizia alle 7 di sera, dura due ore (con una precisione radiofonica e maniacale) ogni venerdì e sabato sera, da marzo a dicembre anche il martedì. Lo show è vario e può capitarti di beccare delle colonne portanti del country e stelle emergenti. Il teatro è veramente meraviglioso e può contenere fino a 4400 persone: il colpo d’occhio è davvero impressionante. Noi ci siamo trovati davanti Charlie Daniels (praticamente un pezzo di storia che a 80 anni tiene invidiabilmente botta) e Scott McCreery (ex stella di American Idol), oltre a tantissimi altri. Anche se non ti piace troppo il country, merita una tappa.

La storia del programma radiofonico collegato allo spettacolo ha radici vecchissime (quasi 90 anni!), inizia la notte del 28 novembre 1925, quando un annunciatore sulla stazione radio di Nashville WSM (George D. Hay) ha introdotto Uncle Jimmy Thompson, un violinista, come primo interprete del  programma della durata di una sola ora “WSM Barn Dance”.  Se vogliamo fare un passo indietro, la storia comincia in realtà nel 1901, quando C.A. Craig vince all’asta la National Sick Accident and Insurance Company, la rinomina National Life And Accident Insurance Company e negli uffici al secondo piano di una palazzina in Union Street, comincia la sua storia. La radio, era lo strumento per vendere le sue assicurazioni. Disegna un logo (uno scudo) e il suo motto diventa We Shield Million, le cui iniziali sono WSM, il nome che ricorrerà fino ai giorni nostri  facendo riferimento al programma radiofonico, fortemente voluto dal figlio di Craig come strumento pubblicitario (oltretutto solo adesso capisco perché Brad Paisley fa la pubblicità alla Nation assicurazioni, mancandomi questo pezzo non avevo capito il collegamento con la musica country!).

Si sposteranno poi sulla settima strada, in quella che sarà la loro sede per più di 40 anni.

Per qualche anno poi, lo show era conosciuto solo come il WSM Barn-dance e andava in onda dopo il programma della NBC Red Network Music Appreciation Hour, dedicato alla musica classica e lirica, finchè, in un sabato sera del 1927 dopo la performance di De Ford Baley (artista di colore, eh!), il presentatore George Hay disse “ Bene, nelle 4 ore precedenti abbiamo ascoltato la Grande Opera, adesso è ora della Grande Ole Opry”… Giocando con le parole, il nome è rimasto.

La fama del programma crebbe, e nello studio radiofonico non ci stavano più, quindi furono costretti a spostarsi diverse volte fino alla collocazione definitiva del 1943 al Ryman Auditorium. Sul celebre palco si sono esibiti da Hank Williams, a Elvis (una sola volta, non era molto gradito con quel movimento di bacino), Johnny Cash (che conobbe lì la sua June) fino ai vari cantanti country in stile pettinato da allora fino ai giorni nostri. Lì si fa country, in tutte le salse, ma quello è.

Dal 1974 la sede si è spostata fuori città: un gigantesco teatro da 4400 posti (con parco tematico intorno), in cui ancora oggi, i cantanti si esibiscono sul “rotondo” del palco della vecchia sede, e tutto ha un’aria romantica (e si può ascoltare, ovviamente, ancora in radio). Il merchandising allo shop è il più caro visto sulla piazza.

 

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Costa tanto, lo so: 24.95 $ + tax. Ma li vale davvero tutti, giuro. Ripercorre la storia della musica Country dalle origini alle stelle odierne, passando da Elvis a Johnny Cash alle attuali superstar dagli stivali a punta (tra cui il mio amato Brad Paisley). Considerate almeno due ore e mezza per vederlo decentemente, anche perché è interattivo nella seconda parte e si possono ascoltare diversi pezzi e capirne i collegamenti. Veramente bello. A proposito di Johnny Cash: sarei entrata a vedere il museo, ma avevo già speso una mazzetta di soldi in giro per Nashville. Col senno di poi mi sono pentita.

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  • Guardare i negozietti orribili di pataccate.

Dopo il negozio famosissimo di stivali “compri tre paghi 1”, poco più avanti c’è sulla sinistra un negozio che fa angolo. E’ così brutto che vi invito a fare un giro tra le tazze e le magliette di strass e i suoi cartelli “the shop is not childproof”, “tieni a bada i tuoi marmocchi” tra le righe. Sul negozio di stivali vi devo raccontare una storia. Ma merita un pezzo a parte.

  • Vagare su e giù per Broadway (la via principale di Nashville) ascoltando musica fuori e dentro i locali.

Ovunque c’è musica a qualsiasi ora del giorno e della sera: entrate, potete anche non bere (se siete tattici), vedere se chi è sul palco merita di essere ascoltato. Valutate bene se prendere qualcosa da bere perché la media dei prezzi è altissima (una birra in media 7$). L’Honky Tonk è super (con tre piani e altrettanti cantanti che suonano i contemporaneamente).

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  • Fare un giro per l’università di Vanderbilt, anche solo in macchina.

Fondata nel 1873 da Cornelius Vaderbilt grazie ad una donazione di un milione di dollari e ha nei suoi annali studenti tipo Al Gore. Per curiosità sono andata a leggere chi era tale “commodoro” Vanderbilt. Imprenditore che costruì la sua fortuna con i trasporti commerciali marittimi e ferroviari, si sposò sua cugina ed ebbe 13 figli (ammazza oh!). Molla gli studi a 11 anni, a 16 aveva una sua rete di trasporto merci e passeggeri tra Staten Island e Manhattan, affermando «Se avessi appreso l’istruzione non avrei avuto tempo di apprendere niente di più». Comincia poi coi battelli a vapore, i concorrenti gli offrono un posto per evitare che gli facesse concorrenza e lui gli dice “ciccia, viva la concorrenza libera”.  Spietato, meschino, volgare e molto odiato, diseredò addirittura i figli, tranne William, stronzo come lui. Quando morì a 82 anni lasciò più di 100 milioni di dollari (equivalenti a 144 miliardi di euro attuali), il che lo renderebbe la decima persona più ricca della storia. Di questo capitale, 95 furono assegnati a suo figlio William e “solo” $ 500.000 a ciascuna delle sue otto figlie. Sua moglie ricevette 500.000 dollari in contanti, la loro modesta casa a New York City e 2.000 azioni della New York Central Railroad. Quindi il milione donato all’Università era chiaramente un vezzo e una manciata di noccioline per lui.

  • Mangiare pollo fritto.

Ovviamente abbiamo anche mangiato, ma qui dobbiamo aprire un capitolo a parte perché lo merita.

Sulla Lonely Planet e un po’ ovunque è segnato un tale Prince’s Hot Chicken Shack come il migliore in città, storico, buonissimo, piccante e chi più ne ha più ne metta. Ovviamente ci siamo fiondati.

La scena è stata surreale. Entriamo in questo posto pienissimo di persone e dalla puzza nauseabonda (io ho il naso fino ma era davvero insostenibile), come aver buttato un barattolo di detersivo per i pavimenti addosso ad un senzatetto. Caldo. Si va ad ordinare e ti danno un numerino e aspetti, sia che ti friggano il pollo che gli altri finiscano di mangiare per sederti. Le panche in legno sono poche e c’è un tavolo nell’angolo. L’attesa estenuante (circa 40 minuti) ti regala la possibilità di guardarti in giro. Io giuro che solo nei peggiori angoli d’Etiopia ho trovato un tale sudiciume in ogni singolo angolo. Io dico: facendo una stima generica delle persone entrate (circa 20 ogni mezzora) mentre eravamo lì e la spesa media (circa 10 dollari ma al mega ribasso, perché mezzo pollo costava 11$), calcolando che sono aperti 5 giorni la settimana (di cui due fino alle 4 del mattino), la cifra annuale che viene fuori è letteralmente da capogiro. Super il milione di euro.

Ma porca zozza, vuoi assumere uno che faccia le pulizie?!

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Il pollo era abbastanza buono (ma follemente piccante anche se abbiamo chiesto due medi e due piccanti), ma veramente unto da paura. La crosticina per i cultori del genere forse è qualcosa di divino, ma per una persona con uno stomaco normale è come farsi un panetto di strutto a cucchiaiate.

Abbiamo mangiato “con la fionda” (spero che questo modo di dire sia interpretato universalmente). Non vedevamo l’ora di uscire.

Per me era no. Anche se l’esperienza surreale è stata divertente. Se doveste andarci, a lato del palazzo c’è un grosso bidone nero. Non guardateci dentro. E’ meglio per voi.

Discorso completamente diverso invece per un posticino adorabile scoperto con Anthony Bourdain, Dandgure’s Classic Southern Cooking. Appena fuori dal centro, da Broadway è a 5/10 minuti a piedi, quindi non avete scuse. Questo posto veramente “old style” è il classico “1 portata due contorni e via”, qualche opzione quotidiana più i classici “side”. Ho preso il pesce fritto, assolutamente asciutto e non unto, abbinato al cavolo cappuccio in padella e a delle erbette. Era semplice e buonissimo. Alla fine abbiamo anche preso due dolcetti: il banana pudding e il cobbler di mirtilli. Deliziosi.IMG_9645 (Large)

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Il mitico Dan, il proprietario, dopo mangiato si è avvicinato a noi per fare due chiacchiere: dopo aver girato tutta la costa est lavorando con una grossa azienda, per poi stabilirsi qui, a Nashville. Dagli anni ’90 serve confort food buonissimo e ai tavoli trovi gente di tutti i tipi, dai manager in giacca e cravatta alle famiglie e qualche turista come noi. Dan ride e ci dice che siamo i primi italiani che incontra lì, o forse siamo i primi con cui si mette a chiacchierare. O forse voleva essere gentile e farci sentire speciali. Anche se ci era già ampiamente riuscito con il suo pescegatto fritto.

Nashville, era bella nei miei ricordi:adesso ancora di più, con questi nuovi pezzi del puzzle.

[Se volete leggere il vecchio post, molto naif, lo trovate qui –> Shh! Siamo a Nashville!]

 

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