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USA

    USA, Utah

    Scenic Byway 12, Utah: lungo una strada più bella degli Stati Uniti

    Per viaggiare sulle strade più belle del mondo bisogna vagare tra i 5 continenti: la strada che porta a Milford Sound, alcune strade francesi. Sul suolo americano però la concentrazione è altissima, e negli USA hanno adottato anche una dicitura – Scenic Byway – per trovarle  o per essere preparati quando trovi quel cartello marrone.

    C’è una strada che però è la più bella di tutte le strade: la Scenic Byway 12, ovviamente nello Utah.

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    USA - MI, Utah

    Grand Staircase Escalante: mappa, itinerario di due giorni, informazioni utili e foto

    Le informazioni sul Grand Staircase Escalante sono davvero ridotte: è un parco gigante, che tutti ignorano e che ha strade sterrate che ti fanno passare la poesia di guidare. Quindi ho cercato di mettere insieme guide, esperienze, tutto quello che abbiamo trovato in giro e riorganizzare un itinerario di due giorni con tutto ciò che serve, con tanto di mappa (la trovate in fondo) e una quantità esorbitante di foto (ne avrei messe davvero molte di più!). Read more

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    Nevada, USA

    Il Nevada oltre Las Vegas: cosa fare nel Silver State oltre il gioco d’azzardo

    Nevada = Las Vegas. Sfatiamo questo mito? Questo gigantesco e desolato stato (286 367 km²… Fate conto che è esteso quasi come l’Italia ma con circa 3 milioni di abitanti. In Italia siamo 60 milioni) è nell’immaginario comune sono deserto e qua e là dei gran casinò dove vecchietti di tutti gli States vanno a giocarsi la pensione. Vero, ok. Ma non è solo quello dai!

    Quindi vi porto alla scoperta di un Nevada insolito, ma assolutamente interessante (ovviamente nella natura più estrema). L’itinerario attraverso il Silver State ovviamente parte da Las Vegas, primo avamposto dopo la California. Read more

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    Hawaii

    Kauai nord: cosa fare, dove mangiare e informazioni utili

    Il jet lag è ancora fortissimo, quindi ci siamo addormentati alle 7 di sera per svegliarci ad un orario giusto per partire… Le 3:40 del mattino. Aspettiamo le 6 per andare a fare colazione alla  Passion Bakery, un posto che assomiglia ad una gioielleria hippie. Fanno i croisscone (croissant + scone) e dei Muffin deliziosi. Peccato che costino come  un diamante di Damiani.
    Direzione nord, prima che piova. Il tempo è assolutamente inclemente in questi giorni.
    Prima tappa, Hanalei. Il suo nome significa “a forma di corona/di mezzaluna” ed è un posticino incantevole.
    Prima di arrivare, passando per una strada ovviamente tutta curve, si passa attraverso l’Hanalei Bridge, un ponticello ad una sola corsia (andate piano!) dal sapore old style. Come il paesino d’altronde. Tutto è costruito in legno e hai l’impressione di essere un po’ in un’altra epoca.
    Ci siamo fermati a mangiare al Village Snack and Bakery shop, un posticino un po’ lurido all’interno di un complesso commerciale. La torta di mele è veramente buona e i prezzi economici (anche per pranzo e colazione, le porzioni esagerate). Ecco, magari prendete le cose e mangiate fuori se non volete ritrovarvi a puzzare come un onion ring tutto il giorno.
    Fate tappa al lungo Pier, che offre una visuale sulla baia da togliere il fiato. Ecco, se non piove puoi anche fare il bagno e non stare al riparo come noi.
    La strada che prosegue verso la Na Pali Coast è veramente come te la immagini: verde, intensa e che ti regala scorci sul mare letteralmente pazzeschi.

    Il Pier di Hanalei

    Il Pier di Hanalei

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    Mentre proseguiamo verso la fine della strada (quando si arriva ad est, dove comincia la celebre Na Pali coast la strada finisce e non si collega alla parte sud est, l’ultimo distributore di benzina si trova a Princeville), facciamo tappa a Tunnels Beach.
    Si trova appena dopo il segna miglio 8 sulla Hwy 560 (Milestone, come si traduce?), ci sono due stradine non asfaltate appena dopo sulla destra. Le stradine sono due, prendete quella a 0.6 Miglia dopo il Milestone dove c’è scritto “public Access”. Se non dovesse esserci posto per parcheggiare fermatevi a Ha’ena Beach Park e camminare poi lungo la spiaggia per arrivare qui. Se parcheggiate lungo la strada qui c’è una possibilità del 100% di beccare la multa. Questa splendida spiaggia è famosa, oltre che per le palme e la bellezza unica, anche per essere il luogo in cui la giovane surfista Bethany Hamilton ha perso un braccio nel 2003 dopo essere stata attaccata da uno squalo. Allora, paranoie a parte, questa spiaggia è una di quelle iperfamose per lo snorkeling (la forma della costa la rende le acque abbastanza calme e tranquille la maggior parte del tempo) per essere estremamente scenografica e per surf e windsurf.

    Tunnel Beach

    Tunnel Beach

    Tunnel Beach quando c'è bel tempo: credit patricksmithphotography.smugmug.com

    Tunnel Beach quando c’è bel tempo: credit patricksmithphotography.smugmug.com

    L’obbiettivo della mattinata non era però la spiaggia, ma camminare  sulla ma. Se digitate “Kauai” probabilmente è la cosa più famosa e scenografica di tutta l’isola. Ovviamente per vederla bene bisogna fare un’escursione o in elicottero o in barca, ma se capitate in giornate orribili come le nostre forse è meglio evitare visti i costi piuttosto alti.

    Quindi ci dobbiamo accontentare del Kalalau trail, forse il trekking più famoso di tutte le Hawaii.

    Una camminata di 11 miglia dal livello di difficoltà intensa. Le prime due miglia che portano fino alla Hanakapi’ai Falls sono in salita, ma non sono pesanti: l’unico grosso problema è il fango. Ci sono tanti pezzi pieni pozzanghere e fango scivoloso se ha piovuto (Hey! Ma che fortuna! Quando siamo andati noi aveva diluviato!). C’è anche la stradina che ti porta alla Hanakapi’ai beach. Qui le correnti sono fortissime quindi se non siete nuotatori esperti (ma anche se lo siete), evitate di fare i fenomeni e pucciate semplicemente i piedi.

    Per arrivare alle Hakakapi’ai falls il percorso è di circa 1.5 h/2 h a seconda del passo. Comunque fattibilissimo. Noi abbiamo dovuto interrompere il cammino prima perché era letteralmente impossibile proseguire senza scivolare ricoperti di fango in fondo alla vallata.

    Fino a qui potete procedere senza permesso. Dalle cascate in poi ci vuole il permesso che va richiesto all’Hawai’i DLNR State park (qui trovate il link diretto per richiederlo) perché si presume che se proseguite volete campeggiare. I permessi sono limitati, quindi se volete farlo dovete davvero organizzarvi per tempo.

    Siamo tornati indietro, purtroppo.

    Kalalau trail

    Kalalau trail

    Kalalau trail

    Kalalau trail

    Kalalau trail

    Kalalau trail

    Na Pali Coast dal Kalalau trail

    Na Pali Coast dal Kalalau trail

    Na Paili coast vista da davanti

    Na Paili coast vista da davanti

    Ci siamo rimessi sulla strada, facendo quelle tappe perse all’andata: prima di tutte Princeville. Questo posto molto fashion e lussuoso, è stato chiamato così dopo che il principe Alberto venne in visita al figlio del Re Kamehamea IV. Ci siamo avvicinati al St.Regis Princeville ma tra praticelli all’inglese e gente con il rolex abbiamo preferito lasciare perdere. E’ un posto molto fashion dal panorama bello.

    Da non perdere in zona il famoso Hanalei Valley lookout (basta inserirlo su google maps) e se avete fame, potete prender qualcosa al Princeville Shopping center, dove oltre a qualche ristorante (e negozi davvero carini, oltre ad una libreria – che in questo caso è proprio solo una libreria fisica – dove tutto costa 1$) c’è anche un foodlands.

    Riproviamo a raggiungere un posticino carino camminando: il Queen’s bath, una specie di piscina naturale che si è formata tra le rocce laviche. Per raggiungerla bisogna fare un trekking di circa 10 minuti. Il problema è che se state visitando le Hawaii d’inverno la possibilità che piova o che abbia piovuto è piuttosto alta e quindi il percorso fangoso.

    Questa introduzione per raccontarvi una delle cadute più scenografiche mai viste. Ovviamente è caduto Gianni, altrimenti non ci sarebbe nulla da ridere. In pratica il percorso è breve ma molto ripido, quindi quando si bagna diventa tutto una specie di scivolo di fango e quando metti un piede sbagliato… E’ un attimo che fai un triplo carpiato atterrando nel fango solo per metà.

    Se avete voglia di fare foto assolutamente scenografiche, al ritorno fermatevi al faro di punta Kilauea (Kilauea Lighthouse): ci si arriva facilmente al milestone 23, uscendo da Kolo Road. Costruito nel 1913 è stato in funzione fino al 1970. E’ il punto più a nord delle Hawaii ed è stato fondamentale come riferimento quando nel 1927 Maitland e Hegenberger stavano tentando la prima traversata transoceanica, perché vista la strumentazione del tempo stavano volando troppo lontano dalla rotta.

    Per il pranzo “tardivo” (tante  volte noi mangiamo una sola volta al giorno  ma bene, intorno alle 15/16), abbiamo optato per il Chicken in a Barrel, un posticino a nord di Kapaa (in realtà ci sono diverse filiali sull’isola, ad Hanalei, Kapaa e Waimea), un posticino che fa BBQ davvero squisito. Ovviamente abbiamo preso il sampler Plate.

    E ogni giorno lo penso di più: Kauai, col bel tempo, dev’essere qualcosa di davvero incredibile.

     

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    Hawaii, USA

    Maui: 5 nuovi posti da non perdere

    Maui è il mio posto nel mondo, il posticino del mio cuore, uno di quelli che se non fosse a 25 ore da casa potrebbe diventare la casa ufficiale (ah, anche se le case non costassero le milionate di dollari che costano).

    L’isola ha qualcosa di magico, totalmente magnetico.

    Premessa.

    Quanto abbiamo comprato i biglietti per le Hawaii è andata più o meno così:

    “Oddio Gianni, biglietti per le Hawaii a 500 €, voglio andare! Compriamoli! Ti prego”

    “Dai, un attimo, aspetta, vediamo cosa fare, quando…”

    [seguono messaggi vocali a qualsiasi ora del giorno in cui promettevo cose come andare anche a lavorare in uno strip club come cameriera pur di raccimolare più soldi possibili]

    “Ops. Eh, niente, li ho comprati”

    Volevamo concentrarci su Kauai e Oahu, ma l’idea di essere a due passi da Maui e non vederla mi faceva piangere il cuore. Quindi abbiamo aggiunto Maui ancora per due giorni “ma solo due”.

    Risultato.

    Ho insistito così tanto che Gianni ha sbagliato a prendere il volo da Maui a Molokai e alla fine nella mia isola abbiamo trascorso tre giorni pieni. Vi giuro che non era una tattica di distrazione.

    Oltre a rivedere tanti posticini del cuore, rifare la Road to Hana al contrario (arriva il post, promesso), ecco 5 nuovi motivi per andare a Maui, tornarci, lasciarci il cuore. Read more

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    Hawaii, USA

    Molokai: l’isola che non è in vendita

    Siamo nel piccolo aeroporto di Molokai, in attesa di prendere il nostro microvolo per Honolulu, due giorni e poi si torna a casa. Il progetto iniziale di questo viaggio alle Hawaii era “Vediamo Kauai che non abbiamo visto e approfondiamo Oahu che l’abbiamo vista male”. Poi non riuscivo a concepire l’idea di vedere Maui da lontano e non andarci, è proprio qualcosa che “mi mandava ai matti”: essere così vicino al posto che ami di più al mondo e non andarci. Come essere fuori dalla porta di una pasticceria che sforna croissant e non poterci entrare. Quindi abbiamo aggiunto Maui, e già che ci siamo andiamo a Molokai, è così vicina, ci buttiamo dentro tre giorni. Read more

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    California, USA

    Summer of Love: viaggio nella storia e a Haight Ashbury, San Francisco

    Non mi piacciono gli hippie. Putroppo (per loro) ho sempre aggiunto alla definizione di hippie le due paroline “del cazzo”, quasi come fosse un cognome, che deve andare di pari passo.
    Non mi piacciono gli hippie ma sono follemente affascinata da tutto quello che è successo negli anni ’60 e ’70, da Woodstock, alla Summer of Love alla musica di quegli anni (la mia playlist è così antimoderna che rasenta il “ma stai scherzando?”). E così, mi leggo biografie cercando riferimenti su internet di facce e mettendo nelle orecchie la colonna sonora citata.
    Poi amo San Francisco. Ve l’avevo detto vero? Forse quelle 90 mila volte. Andare a caccia di pezzi di storia lungo Haight-Ashbury mi rende sempre felice come una bambina dal gelataio (soprattutto se è Ben&Jerry’s, i due hippie che sono partiti proprio da lì a costruire un impero del gelato… Buonissimo, e la fabbrica è uno spasso!).

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    Georgia, USA, USA - MI

    Cosa fare ad Atlanta in un giorno: parchi, grattacieli e Coca Cola

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    Atlanta è una città di atterraggio e passaggio, che suona con i ritmi del sud e le parole dei discorsi di Martin Luther King, ma ai miei occhi con davvero un basso appeal. Non ci posso fare niente. Quando penso a me negli Stati Uniti, vedo sempre una maglietta che ho comprato a Gianni quando ero a San Francisco, con un profilo degli Stati Uniti e una freccia con una scritta: “west coaster”. Forse amiamo le cose che conosciamo.

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    Alabama, Nuova Zelanda, Paura di volare

    Gli albori dell’aviazione: due musei e un libro. Omaka Aviation Heritage Center e Tuskegee Airmen

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    La paura di volare è come l’ombra di Peter Pan che mi segue in ogni viaggio: i giorni prima di partire sono insofferente, in volo sono tesa come una corda di violino.

    Ma è l’unica paura che mi affascina e che cerco di conoscere: la vedo sempre come essere sul bordo di un precipizio se soffri di vertigini. Tipo la paura di striscianti e insetti vari la tengo ben lontana.

    Quindi leggo, e sono totalmente affascinata dalla storia dell’aviazione (aggiungiamo questo all’elenco delle mie nerdate), e quindi ho sempre voluto parlare di un posto meraviglioso in Nuova Zelanda, a cui adesso posso mettere accanto un altro scoperto in questo ultimo viaggio.

    Il posto in questione di chiama Omaka Aviation Heritage Center, si trova a Blenheim nel Marlborough, in Nuova Zelanda (lo so che è giù di mano eh!).

    Allora, prima di tutto c’è da dire una cosa: questo museo è la collezione privata ed è stato allestito da Sir Peter Jackson. Sì, proprio quello che ha creato la versione cinematografica del Signore degli Anelli (il link vi porta al post con tutte le location!), King Kong e fantasticherie varie.

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    Tennessee, USA

    Nashville: 5+1 cose da fare in un giorno (o due).

    Nashville

    Tornare a Nashville è strano. E’ uno di quei posti in cui non pensavo sarei mai tornata. O meglio: era nella lista di quelle città dei ricordi, con una patina mitica, uno di quei posti da “mi piacerebbe tornarci”, ma in fondo sai che non ci passerai mai più da quelle parti. E poi torni.

    Rivedi dove hai parcheggiato l’altra volta, le cose rimaste uguali, quelle diverse.

    Sa di familiare e allo stesso tempo nuovissimo. Quindi, ecco le cose nuove fatte in città, che mi hanno fatto dire ancora “quanto vorrei tornarci a Nashville…”. Perché se tanti posti quando li rivedi perdono un po’ la loro patina mitica, questa città dal sapore country ha saputo riconquistarmi ancora.

    Questo elenco è anche un “itinerario di un giorno e mezzo” se i punti li mettete tutti in fila: praticamente è un tour tipo quelli di Anthony Bourdain che resta in una città 48 ore (mangiando per 24, più o meno).

    Eccoli!

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    Texas, USA - MI

    Viva Luckenbach! E altri racconti dal Texas

    Progetto senza titolo (1)Amo troppo il Texas, e  lasciare Austin mi fa un po’ piangere il cuore, ma l’on the road deve partire. L’obbiettivo finale è arrivare nella deliziosa Fredericksburg, che se la guardi sulla mappa è davvero ridicolmente vicina a Austin. Ma come al solito la prendiamo larga.
    Prima tappa, San Antonio. Sia per me che per Gianni significa solo una cosa: Spurs. Ci fermiamo subito all’ AT&T Arena per le foto di rito, prima di arrivare in centro, dove visitare l’Alamo e tutta la parte delle antiche missioni.20170316_095101 20170316_121630_HDR

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    Prima di tutto mettetevi il cuore in pace: i parcheggi costano una follia. Vicino al garden Hilton ce n’è uno a 10 € al giorno, ma più vi avvicinate al centro (che comunque è a due passi), si va a botte di 20/30 dollari per poche ore. Un furto legalizzato.
    Il centro di San Antonio è pienissimo di gente (siamo nella folle settimana dello Spring Break, le vacanze di primavera che abbiamo visto al cinema in milioni di film come la settimana di follia in cui praticamente ogni studente va in Florida ad ammazzarsi di birra e party), e per entrare all’Alamo c’è una fila pressoché infinita che gira per l’isolato. Sembra uno scherzo.
    Entriamo nella missione, in cui viene raccontata la storia della città, delle missioni, del celebre David Crocket e della storica battaglia per l’indipendenza dal Messico. Ovviamente in versione “all’americana”.
    Meraviglioso il racconto per cui il comandante della milizia texana, James Bowie (da cui David Bowie ha preso il nome, oltretutto) a letto malato di tubercolosi, spara dal letto e poi viene ucciso da una baionetta. Dai eh.
    Riassunto: 1700 gli spagnoli insediano la zona con missioni, San Antonio diventa capitale del Tejas, uno degli stati confederati del Messico, il generale Santa Anna aveva cambiato la costituzione centralizzando il potere. I texani ovviamente si sono ribellati (celebre l’episodio in cui gli avevano chiesto un cannone, e la loro risposta è stata “venite a prendervelo” e gli han sparato contro). Al che c’è stata la vendetta di Santa Anna, che ha assediato Alamo, sterminando tutti i ribelli texani. Battaglie, battaglie battaglie, l’anno dopo al seguito del generale Houston i ribelli sconfiggono Santa Anna a cui viene risparmiata la vita in cambio dell’indipendenza, al grido di “Remember the Alamo”. Texas libero, merchandising favoloso oggi.
    San Antonio è carina, ben tenuta e con centinaia di negozietti di tutti i tipi, la Riverwalk (una passeggiata commerciale accanto al fiume) e qualche via qua e là. E’ fintissima e a me ha fatto piuttosto schifo, ammettiamolo. Sembra di essere a Gardaland, ma con molti più negozi e ristoranti italiani.
    Almeno abbiamo mangiato da Chipotle.
    Next Stop, Bandera.
    Una cittadina davvero ferma nel tempo in cui vi consiglio di fermarvi: è originale e il General store pieno zeppo di stivali bellissimi (principalmente usati ma sono stupendi e costosissimi) sono solo una piccola parte del negozio. Mente eravamo là un signore panciuto suonava cover di vecchie canzoni con il suo bel cappello in testa e la camicia a quadri.20170316_143002_HDR

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    Lo stop successivo invece è stata la classica minchiata in stile americano: una riproduzione dell’inglese Stonehenge, fatta in stile Gardaland. Lo trovate a Ingram. Praticamente qui.20170316_155756_HDR

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    Ho fretta di passare oltre perchè voglio raccontarvi di Luckenback, uno di quei posticini che ti restano nel cuore per mille motivi diversi, in cui senti che c’è amore, musica, passione. E una storia decisamente curiosa.
    Parafrasando Steinbeck, Luckenbach is a state of mind, dove – citando il motto locale – “Everybody’s Somebody”. Chiunque è “Qualcuno”. Nata come stazione della posta nel 1849, fu uno dei primi insediamenti della contea di Gillespie. Il general store/birreria/stazione della posta fu aperto dal August Engel nel 1886, un predicatore tedesco itinerante. Con lui la figlia Minna (in italiano non sarebbe un gran nome…) che ha dato al paesino il nome del fidanzato, Albert Luckenback (in cui ego era chiaramente esagerato, visto che poi ha fondato un altro paese chiamandolo Albert).
    Il posto comincia ad attirare pionieri e indiani, viene costruito un impianto per la lavorazione del cotone (creato nel 1879 in in funzione fino al 1929) e la comunità si consolida al punto che nel 1885 c’erano una scuola e un fabbro.
    C’era anche un uomo, una leggenda locale – tale Jacob Brodbeck – che volò con un “aereo” decenni prima dei fratelli Wright.
    Nel 1970, la città era decaduta e il “proprietario”, Enno Engel mise un annuncio nel giornale locale: “Town for sale:lock stock and dancehall”. Quello che succede dopo è la curiosa nuova vita di Luckenbach.20170316_171906_HDR

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    La città viene acquistata da un gruppetto di personaggi stravaganti (di quelli che possono esistere solo in Texas): Hondo Crouch e il suo gruppetto composto da Guich Koock e Kathy Morgan. Hondo si proclama sindaco e dà dei titoli a tutti. Kathy viene nominata sceriffo che a sua volta ha nominato altri come ambasciatori per i paesi stranieri. Cominciano ad usare i vecchi edifici abbandonati per ogni stravaganza gli venisse in mente, creando oltretutto eventi come “Hug – ins” (una fiera “mondiale”), Ladies State Chili Bust, il Mud Dauber Festival e tanti altri eventi per attirare gente (oltre a sessioni quotidiane di musica, bevute di birre sotto la quercia cinquecentesca e partite di domino).
    Hondo divenne il “principe pagliaccio” della città, promotore di ogni idea che rimettesse le persone in contatto con il propria parte più “fanciullesca”: Stivali da cowboy, bandana e cappello, Hondo sul suo biglietto da visita aveva come titolo “imagineer”: immaginatore. La gente cominciò a condividere e a parlare della magia di questo posto.
    Nel 1973 il cantante Jerry Jeff Walker si recò a Luckenbach per registrare un album: cercava un’atmosefera “giusta”: riempì la dancehall di balloni di fieno per attutire il riverbero, componeva di giorno e di sera suonava con la sua Lost Gonzo Band. Nacque così “viva Terlingua”. Nel 1974 sposò proprio qui la moglie Susan con Hondo come testimone.

    Quattro anni dopo Bobby Emmons e Chips Moman scrivono “Luckenbach Texas (back to the basics) che divenne una super hit per Waylon Jennings & Villie Nelson, portando così Luckenbach alla fama definitiva.20170316_172442_HDR

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    Hondo morì nel 1976, l’anno prima che la canzone diventasse una super hit, e lo sceriffo Marge nel 2004. Ma la memoria è sempre viva nel giornale mensile locale ” The Luckenbach Moon”.
    Per tantissimi anni Willie Nelson era fisso a Luckenbach per il picnic del 4 luglio, portandosi dietro centinaia di amici (ed era solo la lista dei performers). Nel 1993, nel ventennale di Viva Terlingua JJ Walker torò a Luckenbach e incise “Viva Luckenbach”, che divenne subito una hit.
    Come lui tantissimi altri artisti citano e tornano in questo paesino che ha davvero qualcosa di magico.
    Quando siamo arrivati noi la musica stava suonando (un curioso terzetto), l’odore di cibo nell’aria, il rumore delle birre aperte con gli apribottiglia alle pareti, una gentilezza unica.
    Senti che c’è qualcosa di speciale nell’aria, che sei dove dovresti essere.
    Lasciamo la collina in direzione Fredrichsburg, una cittadina dall’origine tedesca graziosa con tanto di birrifici e cibo tedesco, boutique deliziose e edifici in legno ben tenuti con un curioso stile bavarese.
    Questa cittadina ha un curioso significato per noi. Nel 2012, durante il primo coast to coast dopo un’infinita giornata di guida attraverso il Texas, siamo passati per questo posto spuntato dal nulla. Avremmo voluto fermaci ma era già tardissimo e dovevamo arrivare a Austin (che dista circa un’ora).
    Abbiamo sempre voluto tornarci, lo dicevamo da sempre, ma con un po’ di scaramanzia e un po’ per scherzo. Quante volte ti può capitare nella vita di passare due volte per una cittadina bavarese dispersa nel Texas? Mi sono un po’ commossa a Fredericksburg, non per i bradwurst e per il bicchiere di vino offerto da una signora del posto.
    Era altra roba.

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